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Nell’archivio storico de La Stampa ho trovato un articolo di cronaca locale; verso la fine degli anni Settanta, un gruppo di docenti della scuola di Mongrando firmava una petizione contro il proprio dirigente scolastico per l’impostazione didattica della scuola. Non per una polemica personale, ma una presa di posizione pubblica: chiedevano maggiore impegno, maggiore coraggio, maggiore responsabilità educativa. Una notizia del genere oggi sarebbe impensabile nelle nostre cronache; ci lamentiamo continuamente dei servizi che non funzionano, della politica, dei trasporti, della sanità, delle città che si svuotano, della sicurezza, ma raramente assistiamo a una vera assunzione collettiva di responsabilità.
Anche questa settimana, per l’ennesima volta, i treni da e per Biella hanno accumulato ritardi: i pendolari si sentono frustrati da un servizio che sembra destinato ad un peggioramento inarrestabile.
Non abbiamo le forze né la motivazione per una mobilitazione vera, una presa di posizione capace di trasformare il malcontento in pressione civile.
Questo forse è il tratto più malinconico del nostro tempo: il passaggio dalla partecipazione alla rassegnazione ci rende un Paese vecchio.
Siamo diventati professionisti della critica a distanza, riluttanti a esporci, a chiedere conto pubblicamente, a pretendere serietà da chi rappresenta le istituzioni. E questo vale anche per le categorie intellettuali e professionali, che un tempo esercitavano un ruolo di stimolo e di coscienza critica.
La politica si alimenta di questa disaggregazione civile e interpreta sempre di più il proprio ruolo come gestione del consenso e del potere, più che come servizio alla Repubblica. Per alcuni l’esperienza parlamentare è una vita in vacanza.
L’effetto più drammatico è certificato dalla metà milioni di italiani che non votano più. Non per indifferenza assoluta, ma perché non credono più che la loro presenza possa cambiare qualcosa. È una frattura profonda, che rischia di svuotare lentamente il senso stesso della Repubblica. La rinuncia alla partecipazione consegna la democrazia all’inerzia, rendendoci gravemente vulnerabili.
Siamo vicini alla ricorrenza del 2 giugno che ricorda un referendum che nacque da un Paese distrutto dalla guerra, ma ancora capace di mobilitarsi, discutere, scegliere. Dietro quella data c’erano la Resistenza, la Liberazione, il desiderio di ricostruire una comunità nazionale fondata sulla partecipazione e sulla responsabilità civile.
Forse oggi dovremmo tornare proprio lì: non alla nostalgia del passato, ma all’idea che la democrazia esista soltanto se qualcuno trova ancora il coraggio di prendere posizione.
Vittorio Barazzotto
- democrazia, indifferenza, passaggio dalla partecipazione alla rassegnazione, presa di posizione

Domenica mattina, mentre preparavo le inserzioni per ricordare la messa dell’anniversario della morte di mio fratello Fabrizio, ho riletto una poesia della sua raccolta “Poesie dell’ora ultima”. Mi sono soffermato su un verso scritto il 2 maggio 2002, 23 giorni prima della sua morte. Sapeva perfettamente che il cancro non gli avrebbe dato scampo e si preparava attraverso gli scritti, quotidiani , in un percorso introspettivo quasi dialogante con l’Assoluto. Nonostante le centinaia di morfine e lo sforzo immane nel pigiare sempre più a fatica i tasti del pc, mantenne fino all’ultimo lucidità e linearità nel dar forma ai suoi versi. Non sono solito parlare del personale né pubblicamente né in questa rubrica, ma prendo spunto per dire che leggere quelle poche righe mi ha riportato indietro nel passato, facendomi avvertire fortemente la sua presenza. Un effetto simile a quando sentiamo una canzone, una musica familiare di un passato che sembra lontano e che invece è solo assopito dentro al nostro presente. Perché dunque questa deviazione rispetto alle consuetudini note settimanali sulla nostra anche un po’ monotona cronaca provinciale? Perché, proprio domenica mattina il direttore de La Stampa, Andrea Malaguti, nel suo fondo “La memoria di un mondo che non esiste più” definisce la poesia “una farmacia dell’anima … che consente di vedere il mondo con occhi nuovi “. Abbiamo bisogno di uno sguardo nuovo e rinnovato su un mondo di cui non decifriamo più i codici e ripartire dalla poesia magari non ci salverà immediatamente, ma ci darà la forza per ricostruire tutto quello che ci sembra distrutto e riconquistare una prospettiva sul futuro.
Vittorio Barazzotto
- Farmacia dell'anima, prospettiva sul futuro

“Ho faticato a riconoscere la Biella di trent’anni fa, mi sono domandata se ci fosse un souk in centro. L’immigrazione funziona solo quando è possibile garantire lavoro e dignità”. Con queste parole, qualche giorno fa il Sindaco di Quaregna Cerreto, Katia Giordani, ha espresso quello che tanti pensano.
Lo scorrere del tempo cambia forma alle città, niente di nuovo né di allarmante di per sé, ma stiamo assistendo ad un declino causato dall’accettare sempre di più l’assenza di regole o di diritti.
I monopattini sfrecciano in contromano, i ciclisti sui marciapiedi o i rider sempre più sfruttati su bici di fortuna non ci stupiscono più; sono ormai un dato di fatto a cui siamo assuefatti, che però erodono giorno dopo giorno la nostra capacità di sopportazione, la solidarietà e fanno emergere discriminazione e razzismo.
Pensiamo a quanto successo a Taranto: un uomo di colore che all’alba va a lavorare in bici e un gruppo di minorenni italiani che lo aggrediscono con una ferocia tale da ucciderlo. Non ci sono ragioni, solo futili motivi. Il dettaglio sconcertante è che l’uomo avrebbe cercato rifugio in un bar e da lì sia stato allontanato, sicuramente per paura o per un pregiudizio del titolare, abbandonandolo al suo tragico destino.
L’indignazione sociale e politica è stata nulla, mentre se l’aggressione fosse avvenuta ai danni di un uomo italiano la storia sarebbe stata raccontata in un altro modo.
Come risolvere nel nostro piccolo territorio il rischio di andare incontro a casi simili ?Certamente aumentare i controlli sulle condotte più pericolose e potenziare la formazione professionale sarebbe un modo per proteggere i valori alla base della nostra fragilissima democrazia, favorendo così anche l’integrazione.
Vittorio Barazzotto
- assenza di regole, biella, Controlli, declino, formazione professionale

“Guai se sparissero i giornali”. Questo dichiarò in un’intervista Ted Turner, fondatore della CNN morto pochi giorni fa, esprimendo preoccupazione per i media del futuro.
L’importanza della qualità dell’informazione ci riguarda molto da vicino, visto che è recente la polemica strumentale e in malafede, scatenata da Fratelli d’Italia contro il primario di oncologia, etichettato come facinoroso manifestante durante il corteo del 1° Maggio a Torino contro la polizia.
E’ bastato un post su un social con una sua fotografia e un testo accusatorio. L’immagine, un po’ mossa, di lui con le braccia in alto (peraltro per impedire che un poliziotto a terra venisse picchiato) ha trasformato una persona libera di manifestare in un bersaglio politico quasi in un patetico tentativo di distrarre l’attenzione su chi ha bisogno di far dimenticare in fretta i propri scandali e le proprie frequentazioni. Non si preoccupi, il prestigio del personale dell’ospedale e del primario di oncologia è ben saldo e salvo. Un po’ meno chi ha portato agli onori della cronaca nazionale il biellese in odor di mafia.
Vittorio Barazzotto
- Ted Turner

Ogni anno tentiamo di riportare alla luce uno spazio dimenticato della città: Villa Schneider, il Museo della nostra Memoria. Negli anni duemila volli fortemente come assessore, insieme a Susta Sindaco e la giunta, allestire una mostra al fine di raccogliere la testimonianza dei superstiti grazie ai quali era stata trascritta la storia orale, per evitare il rischio che tutto si trasformasse in una leggenda metropolitana.
Lo facciamo oggi con la Festa della Liberazione, che non appartiene al passato, ma è attuale più che mai.
Villa Schneider è stata un luogo di tortura e di morte, dove l’occupazione nazista in collaborazione con le forze repubblichine hanno mostrato cosa accade quando il potere si fa assoluto. Non è retorica né faziosità politica, ma una storia documentata e oggettiva che deve essere patrimonio di tutti.
Quel luogo oggi è annebbiato dalla trascuratezza e sono rimaste solo alcune tracce dell’allestimento che venne creato per ricordare.
La memoria richiede impegno e onestà intellettuale, perché è scomoda quando entra in conflitto con il presente e smaschera i meccanismi del potere, ieri come oggi.
Viviamo un tempo segnato da guerre aperte e incontrollabili, dal potere crescente nelle mani di pochi e da leadership che parlano il linguaggio della forza più che quello del diritto. In questo scenario, la memoria non è un esercizio culturale, ma un argine perché ci ricorda che anche a casa nostra si è passati in pochi anni dalla crisi alla dittatura e dalla parola alla violenza organizzata. Ci ricorda che tutto questo è stato possibile anche grazie all’indifferenza e all’adattamento.
Per questo Villa Schneider è un luogo strategico nel senso più alto del termine, non solo per attrarre visitatori, ma per costruire cittadini consapevoli, dato che la libertà non è un dato acquisito, ma un equilibrio fragile.
Nonostante il degrado, ieri è stata inaugurata una mostra a Villa Schneider con le installazioni di alcuni artisti per mantenere tenacemente puntato un faro su questo luogo così importante, per contrastare il perpetuarsi dell’incuria che ogni anno scientemente lascia all’oblio un tratto drammatico della nostra storia più recente.
Perché senza memoria non c’è consapevolezza e senza consapevolezza, la libertà diventa negoziabile.
Vittorio Barazzotto
- Festa della Liberazione, incuria, Villa Schneider

Due dei tre progetti legati al cosiddetto «Decreto Sostegni» sono stati bocciati. Tra questi, il Recycling Hub e soprattutto il Museo del Tessile, difeso con convinzione dai partner.
Eppure, proprio il secondo non è un progetto strategico perché il Biellese è già un museo del tessile a cielo aperto. Le fabbriche storiche, diffuse sul territorio e gli archivi aziendali sono patrimoni documentali e produttivi che hanno valore proprio perché radicati nei luoghi in cui sono nati. Trasferire tutto questo, o anche solo una parte simbolica, alla Palazzina Piacenza, significa snaturarne il senso e minare i risultati ottimi raggiunti dalla Sala Ragazzi in decenni di attività, mettendone a rischio il futuro.
Esiste già una mappatura di questi archivi, basata sulla logica di un museo diffuso, capace di rimandare al territorio e di valorizzarlo. Il Museo del Territorio dovrebbe svolgere questa funzione di regia, se solo ci si sforzasse di coglierne il suo significato, anziché snobbarlo. Questo approccio, evidentemente, fatica a farsi strada. Più semplice, invece, immaginare un “mausoleo”, un’operazione visibile, concentrata, ma politicamente neppure tanto spendibile.
La bocciatura del progetto non sorprende. Anche perché, quando si modifica in modo sostanziale un’iniziativa già presentata, come nel caso dello spostamento dalla Fondazione Pistoletto alla Palazzina Piacenza, è inevitabile che emergano criticità formali e sostanziali.
Resta però un dato difficilmente aggirabile: otto milioni di euro sono andati in fumo. Sei per il Recycling Hub, due per il museo. E qui il problema cambia scala.
Perché oltre a discutere il merito dei singoli progetti, bisognerebbe interrogarsi su una tendenza ormai evidente: la difficoltà cronica del territorio nell’intercettare risorse.
Non è un episodio isolato. Nel precedente lustro amministrativo , il Comune di Biella perse un’altra occasione ben più rilevante: circa 40 milioni di euro legati a un progetto di rigenerazione urbana finanziato con fondi europei, a fronte di una disponibilità complessiva ben più ampia. Mentre altri capoluoghi piemontesi presentavano progetti solidi e portavano a casa risultati concreti, qui si rimaneva al palo.
Il bilancio è impietoso: in pochi anni, almeno 50 milioni di euro sfumati, più altri fondi europei non intercettati.
Continuare a parlare di sfortuna o di ostacoli burocratici rischia di diventare un alibi. Il tema è più scomodo: la capacità, o l’incapacità, di progettare, di fare sistema e anche di muoversi con efficacia dentro i canali di finanziamento.
Non solo non siamo tra i più bravi. Stiamo diventando, paradossalmente, tra i più efficienti nel mancare gli obiettivi.
E ‘ il momento di fermarsi e rivedere radicalmente il metodo, perché le risorse, quando ci sono, non aspettano. E i territori che sanno coglierle non sono necessariamente più forti: sono semplicemente più preparati.
Vittorio Barazzotto
- Decreto Sostegni, museo del tessile, obiettivi mancati