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Guardando le Olimpiadi, i biellesi non giovanissimi, un minimo di nostalgia l’avranno provata nel vedere il marchio Fila su molte delle divise ufficiali degli atleti di tutto il mondo.
FILA è nata a Coggiola nel 1911. È cresciuta nel distretto biellese, è cambiata, si è rinnovata per poi sterzare verso lo sport. Negli anni Settanta ha costruito un modello industriale capace di unire produzione, innovazione, comunicazione e visione internazionale. Grazie a Enrico Frachey, FILA ha vestito campioni, per fare solo degli esempi: dal tennis, allo sci, dalla vela alla montagna fino al Basket e ha accompagnato imprese leggendarie come quelle di Reinhold Messner.
Il marchio rappresentava identità, stile e c’era una coerenza tra prodotto, comunicazione e territorio. Biella non era solo luogo di produzione, ma centro creativo e decisionale.
Poi, gradualmente, il controllo è passato di mano avvicinandoci agli anni 2000: dalla finanza italiana ai fondi americani e infine alla proprietà coreana. Oggi FILA è una multinazionale strutturata, solida, presente nelle grandi competizioni internazionali, quotata a Seul, con una presenza globale. E’ stata ceduta, rilanciata, rafforzata, internazionalizzata. Il marchio vive e prospera.
Questa storia ci insegna che il valore non sta soltanto nel fare bene un prodotto, ma sta anche nel controllarne il marchio, la distribuzione, l’identità.
FILA dimostra che un’idea nata in una valle può conquistare il mondo. Dimostra però anche che, se non governi la crescita, qualcun altro lo farà al posto tuo.
Il talento industriale, qui, c’è stato. La domanda è se vogliamo ricostruire le condizioni perché torni ad esserci. E questa non è una questione di nostalgia. È una scelta di politica economica e di visione territoriale.
Vittorio Barazzotto
- marchio Fila, multinazionale strutturata, Olimpiadi, visione territoriale

Si torna a parlare di parco fluviale sul Cervo e di sinergie tra cinque Comuni. Il sindaco di Candelo sarà il referente per i contatti con Regione per i finanziamenti necessari. Bene. L’idea non è nuova, quando ero sindaco ragionammo anche su questo progetto per dare identità e forza alla città e superare il momento post industriale, valorizzando il paesaggio.
Su via Cernaia, parte del piano generale e componente strategica di quel parco che non si riuscì a realizzare, arredammo la via la con luci sulla scia di Torino. L’ obiettivo nell’arredo urbano era di legare e rinnovare tutta la città con un filo conduttore improntato a tre E: estetica, economia, e ecologia, come elementi imprescindibili per costruire una visione sulla città.
Un parco fluviale non è solo un corridoio verde lungo un corso d’acqua. È un sistema, una rete, un disegno territoriale che deve avere porte d’accesso, luoghi di aggregazione, punti identitari.
È la balconata più suggestiva della città. Da lì lo sguardo si apre sulla pianura, sulle colline, fino a scorgere Milano e oltre nelle giornate limpide. È un luogo naturale di contemplazione.
La città deve riconoscere i propri punti di forza e metterli in evidenza e su questo tutti gli schieramenti politici devono convergere.
Ma oggi possiamo fare un passo in più. Un progetto coordinato, con linee guida precise approvate dal Comune, capace di garantire uniformità, sobrietà e classe potrebbe dare una svolta, creare una passeggiata serale illuminata con gusto. Un punto di incontro per giovani e famiglie. Un luogo per piccoli eventi culturali. La naturale porta urbana del futuro parco fluviale, che speriamo tutti di vedere realizzato.
Questa sarebbe la concretizzazione di una politica fatta di visione e non di solo di manutenzioni.
Vittorio Barazzotto
- arredo urbano, incontro per giovani e famiglie, parco fluviale sul Cervo, passeggiata serale illuminata

La partecipazione dei cittadini al fianco degli ambulanti contro lo spostamento del mercato non è stata una semplice protesta, ma una dimostrazione concreta che a Biella esiste ancora una comunità che vuole contare, essere ascoltata e non accetta decisioni calate dall’alto.
L’amministrazione ha parlato di “pausa di riflessione”, ribadendo però l’idea di riportare il mercato in centro. Ma una domanda è inevitabile: riflessione su cosa? Sulla sola collocazione geografica o sul futuro stesso del mercato?
Perché se tutto si riduce a spostare le bancarelle da una piazza all’altra, allora non si sta governando un cambiamento, si sta semplicemente spostando un problema.
I mercati che funzionano davvero non sono quelli messi in una piazza per tradizione o comodità politica, ma quelli che hanno un’identità precisa, una qualità riconoscibile, una funzione urbana viva. Ed è proprio questo che a Biella manca da anni: una visione.
Invece di inseguire modelli standardizzati, come il mercato europeo buono per un fine settimana, redditizio solo per la rete ristretta dei commercianti esterni e poi dimenticato, andrebbe sviluppata un’idea locale.
Biella, capitale del tessile, potrebbe diventare un punto di riferimento sul riuso di qualità e sul riciclo dei materiali, attirando giovani, famiglie e visitatori. Ma serve coraggio politico, non semplici spostamenti logistici.
Il vero nodo è questo: vogliamo un mercato che sopravvive per inerzia o uno che diventa motore sociale ed economico?
Questa “pausa di riflessione” sembra un modo elegante per prendere tempo, se non si trasforma in un confronto vero con gli ambulanti e con la città.
Biella non ha bisogno dell’ennesima soluzione tampone. Ha bisogno di una scelta forte, identitaria, moderna. Continuare a ragionare solo in termini di spostamenti significa perdere un’altra occasione. E purtroppo, di occasioni perse, questa città ne ha già collezionate abbastanza.
Vittorio Barazzotto
- coraggio politico, mercato, protesta, visione

Valentino è stato l’ultimo maestro che ci ha lasciati, appartenente ad una generazione che ha dato forma allo stile, così come hanno fatto Giorgio Armani e Nino Cerruti.
In questi giorni sono stati tanti gli approfondimenti sulla sua figura, così come le manifestazioni di cordoglio e di celebrazione provenienti da tutto il mondo.
Nelle tante interviste riproposte, Valentino spiega che l’eleganza non è ostentazione, lusso o tendenza, ma misura, armonia e discrezione. È un modo di stare al mondo che si manifesta nel portamento e nella gentilezza dei gesti, andando oltre all’abito.
Oggi siamo ancora in grado di riconoscere la vera eleganza? Guardandosi attorno sorgono molti dubbi, lo notiamo dalle griffe esibite o dagli slip maschili che sbucano dai pantaloni. L’assenza di regole nel look si riflette poi anche nei modi e nella scarsa attenzione al prossimo che ci ha portato in pochi anni in un vortice di isolamento, che ci ha reso più rabbiosi. Da questo discende poi il degrado sociale, civile e urbano che notiamo tutti i giorni.
Vestirsi in modo adeguato all’occasione non significa essere un conformista e non è un bacchettone chi richiede un “dress code” nelle scuole o nei luoghi di lavoro.
L’eleganza è un gesto di gentilezza verso gli altri, una forma di rispetto del proprio ruolo in un contesto sociale abitato da tante persone.
Dobbiamo ricordare che il Biellese ha trovato la sua identità nel mondo della moda, del lusso, del bello e proprio da noi dovrebbe arrivare una lezione di stile.
Se tutto questo fossimo riusciti a comunicarlo al tempo giusto, creando alleanze con le grandi firme ci saremmo brandizzati “made in Biella”; invece si pensava che tutto si misurasse solo in chilometri di tessuto. Peccato, un’occasione persa che ci avrebbe evitato di parlare oggi di museo del tessile, e che ci avrebbe tenuto vivi, magari con migliaia di turisti che avrebbero potuto vedere vetrine illuminate ed acquistare. Una sorta di Rue du Faubourg Saint-Honoré o Via Montenapoleone diffusa.
Vittorio Barazzotto
- assenza di regole, cordoglio, degrado sociale, dress code, griffe, Valentino

L’uccisione di uno studente da parte di un compagno a La Spezia in un istituto tecnico ci ricorda che potrebbe accadere lo stesso anche nel Biellese o in qualunque altra parte del Paese.
Chi lavora nella scuola è testimone di una tensione in continua crescita e per questo si deve lavorare sulla prevenzione, che parte dal non lasciare soli i ragazzi. Coinvolgerli, creare legami, offrire spazi educativi attraverso sport, cultura, attività collettive.
In altri Paesi europei la scuola è una comunità aperta, vissuta per l’intera giornata, mentre in Italia si continua a chiederle di supplire alla crisi della famiglia senza darle strumenti adeguati.
A tutto questo si aggiunge una caduta valoriale. Si è affermato un modello culturale dominato dal denaro, dall’apparenza, dalla forza, mentre vengono marginalizzati creatività, rispetto e responsabilità.
E’ essenziale restituire ai giovani la cultura del limite: la consapevolezza che la libertà non è arbitrio e che ogni azione ha conseguenze. Educazione e inclusione sono fondamentali, ma le regole e le sanzioni non possono essere rimosse. Devono essere chiare, giuste e credibili, perché anche questo è un atto educativo.
Il territorio biellese è piccolo, con un tasso di immigrazione inferiore rispetto ad altre province e senza le criticità delle grandi periferie urbane. Questo non significa assenza di problemi, ma semmai una maggiore possibilità di intervenire per tempo. I segnali di disagio emergono soprattutto nella fascia tra gli 11 e i 15 anni, l’età più fragile. Dietro gli episodi di violenza ci sono quasi sempre isolamento, emarginazione, conflitti non gestiti, mancanza di adulti di riferimento.
Interessante il progetto Hangar di Biella che per Selena Minuzzo, responsabile Area Servizi Educativi della Cooperativa Anteo, è “una risposta di territorio a un bisogno profondo di orientamento e appartenenza. Migliorare lo stare bene dei ragazzi oggi significa smettere di guardarli come un problema da risolvere e vederli invece come interlocutori con cui confrontarsi”. In parte questo avviene nella scuola, ma per poterlo estendere come metodo occorre rivedere completamente il sistema sia per quanto riguarda le strutture sia il numero dei docenti che andrebbero aumentati, difesi e non abbandonati come sovente accade.
Vittorio Barazzotto
- docenti, educazione e inclusione, scuola, segnali di disagio, strutture

Un inizio d’anno disastroso, da incubo, sui treni. In redazione, sono arrivate centinaia di proteste da parte dei pendolari biellesi, per un continuo disservizio che colpisce la nostra provincia. C’è un dato che più di altri fotografa la condizione ferroviaria del Biellese: nei fine settimana, da e per Biella, circolano appena sette coppie di treni sia verso Novara sia verso Santhià. Un servizio con frequenze ogni due o tre ore, del tutto insufficiente per un capoluogo di provincia e lontanissimo dagli standard del Nord Italia, dove le città analoghe dispongono mediamente di 12 fino a 25 coppie di collegamenti verso i capoluoghi di regione.
Non si tratta di percezioni, ma di numeri. E i numeri raccontano anche che, rispetto al 2019, (giunta Chiamparino, Fondazione Cassa di Risparmio Biella, Provincia e Comune di Biella, UIB: uniti) il Biellese ha perso il 50% del servizio ferroviario del sabato e il 22% di quello domenicale. Un arretramento che ha avuto un effetto inevitabile: l’utenza si allontana. Perché, come ricordano i pendolari, l’offerta di qualità può generare la domanda, non il contrario.
A rendere il quadro ancora più paradossale c’è il fatto che sul territorio si investì destinando undici milioni di euro all’elettrificazione della Biella–Santhià, e la Regione altri venti milioni per ammodernare le reti. Da allora siamo fermi. Oggi i collegamenti diretti sono limitati a due sole coppie di treni e, secondo le indicazioni regionali, un potenziamento non è previsto prima del 2027, anche a causa della saturazione delle tracce nell’area torinese.
A questo si somma un problema ormai strutturale: i guasti frequenti, in particolare sulla linea Biella–Novara, ma non solo. La regolarità del servizio resta fragile e intermittente, quando invece dovrebbe essere il prerequisito minimo per rendere credibile il trasporto pubblico locale.
«Le ferrovie sono un’infrastruttura pubblica costruita con denaro pubblico e devono essere messe a frutto», sottolinea il Presidente dell’Associazione Pendolari Trasporti Biellesi, Paolo Forno che parla di un territorio che “ha fame di collegamenti”. «Senza regolarità e senza un’offerta adeguata, soprattutto nei fine settimana, è impensabile chiedere ai cittadini di scegliere il treno».
Il punto non è ideologico, ma la risposta deve arrivare da una politica, attualmente sorda, che non affronta con strategia il problema infrastrutturale. In tutta Europa la mobilità su ferro è considerata la spina dorsale del trasporto del futuro. Nel Biellese, invece, resta una promessa incompiuta.
Le linee esistono, gli investimenti sono fermi, ma il servizio non è all’altezza. E finché un capoluogo continuerà a essere collegato come una periferia, parlare di rilancio del territorio resta solo uno slogan.
Vittorio Barazzotto
- disservizio, guasti, proteste, rilancio del territorio, treni