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Ad esami di maturità appena conclusi, mentre sui giornali scorrono le fotografie dei diplomati, vale la pena soffermarsi su un episodio che racconta molto più di un voto o di un curriculum scolastico.
Una studentessa di un liceo cittadino, presentando il proprio percorso, ha spiegato di essere rimasta sorpresa nello scoprire quanto i classici latini siano ancora straordinariamente moderni. Ha citato Petronio e il suo Satyricon, con la celebre cena di Trimalcione, il personaggio che ostenta in modo quasi caricaturale la propria ricchezza, trasformando ogni gesto in uno spettacolo. Un uomo convinto che il prestigio si misuri attraverso ciò che si mostra.
È difficile non pensare a quanto quella figura sia attuale. Oggi Trimalcione probabilmente avrebbe milioni di follower, fotograferebbe ogni acquisto, ogni cena, ogni vacanza, ogni automobile. Vivrebbe per raccogliere consensi e dimostrare agli altri il proprio successo.
Cambiano gli strumenti, ma l’uomo resta sorprendentemente uguale. Sono trascorsi quasi duemila anni, eppure la tentazione di esibire ciò che si possiede continua ad accompagnare la nostra società. I social network hanno semplicemente amplificato un atteggiamento che esiste da sempre: quello di confondere l’apparire con l’essere.
Anche nella nostra piccola provincia non è difficile cogliere questo cambiamento. Si moltiplicano i simboli di uno status che deve essere riconosciuto dagli altri: l’abito firmato, l’orologio, l’automobile, il ristorante da fotografare prima ancora che da gustare. Non riguarda una generazione soltanto. Vale per i giovani, ma anche per molti adulti, uomini e donne indistintamente.
Naturalmente non c’è nulla di sbagliato nello stare bene economicamente o nel concedersi qualche soddisfazione. Il problema nasce quando il possesso diventa il principale linguaggio con cui si cerca di ottenere considerazione. Quando il valore di una persona sembra dipendere da ciò che indossa, guida o pubblica.
Esiste invece una parola inglese che sintetizza un atteggiamento quasi opposto: understatement. Significa scegliere la sobrietà, evitare l’ostentazione, lasciare che siano i comportamenti, e non gli oggetti, a parlare di noi. Un concetto che un tempo apparteneva naturalmente all’educazione di molte famiglie e che oggi sembra quasi fuori moda.
Eppure la vera eleganza è sempre stata discreta. Non ha bisogno di essere esibita. Si riconosce nei modi, nella gentilezza, nel rispetto degli altri, nella capacità di ascoltare, nella cultura. Tutte qualità che nessuna carta di credito può acquistare.
Forse è proprio questo il messaggio più bello che arriva dagli esami di maturità di quest’anno. Una ragazza, attraverso un autore latino, ci ha ricordato che la scuola non serve soltanto a imparare date, versioni o formule. Serve soprattutto a leggere il presente con gli strumenti del passato.
È questa la forza dei classici: ci fanno capire che la tecnologia cambia, le mode passano, i mezzi di comunicazione si trasformano, ma le passioni umane rimangono le stesse. Petronio lo aveva raccontato quasi duemila anni fa. Noi continuiamo a incontrare Trimalcione ogni giorno. A volte sullo schermo di uno smartphone. Qualche volta, se siamo sinceri, anche guardandoci allo specchio.
Perché il denaro può certamente rendere la vita più comoda. Ma il buon gusto, la misura, l’eleganza e la sensibilità appartengono a un patrimonio molto più prezioso, che non compare in nessun conto corrente.
Vittorio Barazzotto
- denaro, maturità, status, valore di una persona

E’ in corso una frenetica gara nel centrodestra per intestarsi i meriti dell’imminente (speriamo) realizzazione del collegamento Masserano-Ghemme, la cosiddetta Pedemontina. Comunicati, controcomunicati e perfino manifesti hanno cercato di riscrivere una storia che, in realtà, è andata diversamente.
La Pedemontina non è mai stata l’opera di un singolo partito o di una singola persona. È il risultato di un lavoro istituzionale che ha coinvolto Governi, Regione Piemonte, Provincia, Comuni, enti locali. Proprio per questo vale la pena ricordare alcuni passaggi fondamentali, che tra il 2014 e il 2019 ho avuto modo di seguire direttamente come Consigliere regionale e Presidente della Commissione Bilancio, avendo tra le priorità proprio la Pedemontina oltre che l’elettrificazione della Biella-Torino.
Tra il 2014 e il 2015 i finanziamenti erano seriamente a rischio. La Regione Piemonte, guidata da Sergio Chiamparino, avviò una lunga e complessa interlocuzione con il Governo per evitare il definanziamento dell’opera. Ricordo perfettamente la sera in cui, insieme all’assessore Francesco Balocco, attendevamo a Torino la telefonata del presidente Chiamparino da Roma: ci comunicò di aver ottenuto il primo decisivo via libera per il finanziamento e la progettazione del collegamento.
Nel 2016 si sbloccarono le risorse per l’opera, allora stimata in circa 200 milioni di euro. In questa storia chi merita un ringraziamento particolare è proprio Sergio Chiamparino, che in sede di Conferenza Stato-Regioni e di CIPE difese con determinazione un’infrastruttura più volte a rischio.
Dal 2019, invece, l’iter subì un arresto. In alcune fasi si sostenne che l’opera non fosse prioritaria, salvo poi cambiare posizione. Si sono poi aggiunti ulteriori passaggi burocratici, tra cui il declassamento da autostrada a strada extraurbana principale e l’approvazione del progetto definitivo nel 2021.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: sei anni di ritardo e un costo passato da 200 a 384 milioni di euro. C’è dunque ben poco da esultare. Significa un aggravio di quasi 200 milioni a carico della collettività e anni perduti per cittadini e imprese, senza che nessuno abbia mai sentito il dovere di spiegare le ragioni di questi ritardi o, semplicemente, di chiedere scusa.
Ed eccoci al punto. Invece di riflettere su ritardi e costi lievitati, si è aperta una gara per appropriarsi dei meriti. Un comportamento che ricorda quei bambini che sulla spiaggia fanno a gara a chi è più grande: un atteggiamento comprensibile nell’infanzia, molto meno quando riaffiora nella vita pubblica. Chi ha davvero contribuito a realizzare un’opera non sente il bisogno di riscriverne continuamente la storia; chi vive soprattutto di propaganda, invece, sente l’esigenza di appropriarsi anche dei risultati costruiti da altri.
Per questo la trasparenza e l’onestà intellettuale non sono qualità facoltative: rappresentano un preciso dovere morale e istituzionale. La storia può essere raccontata con opinioni diverse, ma i fatti restano fatti e non dovrebbero mai essere piegati alle convenienze della propaganda.
Vittorio Barazzotto
- Pedemontina, trasparenza e onestà

La settimana scorsa si è svolta l’assemblea del quartiere San Paolo; erano presenti tutti i consiglieri eletti, che hanno ascoltato i cittadini per poter formulare proposte alla giunta sui temi più sentiti.
San Paolo è stato un tempo il “salotto buono” di Biella, ancora oggi è il quartiere più abitato. Nonostante le trasformazioni sociali ed economiche che hanno segnato il suo assetto dopo la chiusura di negozi e il cambio generazionale, ascoltando gli interventi dei residenti, è impossibile non fare un salto indietro nel tempo.
Più di trent’anni fa, quando ero ancora consigliere comunale, i cittadini, oltre alle grandi questioni strategiche come infrastrutture, ferrovie e trasporti, chiedevano le stesse cose: cura del verde, la pulizia delle strade, la sicurezza, il decoro urbano, la manutenzione dei giardini, le panchine, la convivenza civile e i momenti di aggregazione.
La sicurezza è uno dei temi più dibattuti e comprende la preoccupazione per la gestione dell’immigrazione, gli attraversamenti pedonali o l’invasione di bici e monopattini sui marciapiedi.
Si denuncia la quasi totale assenza della Polizia Locale dal territorio. Non perché gli agenti non esistano, ma perché sono numericamente insufficienti. Lo si percepisce in tutti i quartieri della città e lo si è visto persino nei momenti più critici, come la chiusura del ponte della tangenziale.
Fa riflettere che proprio amministrazioni e governi che hanno fatto della sicurezza uno dei principali argomenti elettorali non siano riusciti a rafforzare adeguatamente il corpo dei vigili urbani.
Un altro tema ricorrente riguarda le deiezioni canine: un problema, che probabilmente nessun sindaco potrà mai risolvere da solo. Qui entrano in gioco educazione civica, senso di responsabilità e, quando necessario, controlli e sanzioni. Ma anche in questo caso servirebbe una presenza sul territorio che oggi appare insufficiente.
Il tema delle attività sociali è stato ben rappresentato da Gregorio Animali, docente ed educatore, che con tanti altri volontari svolge un lavoro prezioso per i ragazzi, provenienti anche da altre zone della città, dando una risposta concreta al disagio giovanile.
Per dare un impulso alla socializzazione sono state presentate diverse proposte di interesse per tutte le generazioni. Lavoro che necessita di avere una continuità e stabilità nel tempo , quella che si chiama progettazione. Qui il Comune continua ad essere sordo e non aiuta .
L’aspetto più positivo della serata è stata senza dubbio la partecipazione, che genera un canale diretto attraverso cui raccogliere bisogni, proposte e criticità.
Per questo ha colpito l’assenza dell’amministrazione comunale, in particolare dell’assessore competente. Non è una questione di schieramenti politici, ma di rispetto istituzionale. Quando i cittadini si organizzano, partecipano e dedicano il proprio tempo alla comunità, la politica dovrebbe esserci. Sempre.
Perché i problemi di oggi, esattamente come quelli di trent’anni fa, non si risolvono da soli. E ignorarli non li farà scomparire.
Vittorio Barazzotto
- assenza amministrazione comunale, assenza Polizia Locale, attività sociali, deiezioni canine, gestione dell'immigrazione, salotto buono di Biella, San Paolo, sicurezza

Non è bastata l’estate disastrosa del 2023 per terminare i lavori del Ponte della Tangenziale.
Non sono stati sufficienti due mesi di chiusura per eseguire dei lavori che avrebbero potuto essere fatti in due settimane. No, perché i sobbalzi nelle corsie al temine degli interventi erano già un cattivo presagio, che si sarebbe concretizzato tre anni dopo.
L’ANAS si era giustificata ammettendo che effettivamente i lavori erano stati realizzati in modo non corretto, anche a causa della necessità di accelerare i tempi in previsione della riapertura delle scuole.
Una scusa penosa, che sa di presa in giro. Se un’opera pubblica viene realizzata, deve essere fatta bene. Punto. Non possono essere i cittadini a pagare il prezzo di errori, superficialità o cattiva programmazione.
Il rifacimento di quest’anno è stato di nuovo programmato tra giugno e luglio, nel periodo di maggiore traffico e non ad agosto che avrebbe creato meno disagi.
Siamo stanchi di essere trattati come una periferia senza voce. Lo vediamo sulle infrastrutture, nei collegamenti ferroviari e lo abbiamo visto per anni sull’autostrada. Ogni volta ritardi, rinvii, promesse e giustificazioni e, sempre, a pagare sono i cittadini.
Il sindaco ha espresso contrarietà alla tempistica scelta da ANAS. Bene. Ci mancava fosse d’accordo. Ma adesso servono fatti. E non basta il sindaco. Devono intervenire il presidente della Provincia, i sindaci del territorio, i rappresentanti istituzionali a ogni livello, eletti per difendere la comunità e non fare invece come gli opossum. Pensate se nel Veneto a Zaia nel suo Trevigiano fosse accaduto una cosa simile, Avrebbe detto “non è una mia responsabilità”? Non credo proprio.
Non si tratta di una battaglia politica. Si tratta di rispetto verso una comunità che da più di un secolo ha contribuito alla crescita economica del Paese e che oggi continua a essere penalizzata da servizi inadeguati e infrastrutture insufficienti.
La consigliera comunale Novaretti, già nove mesi fa, aveva presentato una mozione in Consiglio Comunale a Biella chiedendo l’accesso agli atti riguardanti i lavori dell’ANAS per comprendere le ragioni dei ritardi, dei lavori eseguiti non a regola d’arte e verificare le responsabilità. Ad oggi tutto tace. Nulla è pervenuto. I cittadini, dopo tre anni non sanno ancora chi abbia sbagliato, se qualcuno sia stato chiamato a risponderne e se vi siano state conseguenze per imprese, tecnici o soggetti coinvolti.
Sappiamo soltanto una cosa: i biellesi stanno pagando con il loro tempo e la loro pazienza.
Le Istituzioni facciano sentire la loro voce, pretendano delle spiegazioni perché questo è il vostro dovere, al quale già avreste dovuto adempiere.
Perché il Biellese merita molto di più di una nuova estate passata in coda. E merita, soprattutto, il rispetto che finora è mancato.
Vittorio Barazzotto
- anas, code, ponte della tangenziale, Tempistica

Ogni estate tornano le feste di paese, che sono occasioni importanti di socialità, costruiti grazie all’impegno di decine di volontari che dedicano tempo ed energie alla comunità. Il valore di queste manifestazioni è fuori discussione, ma ci si deve interrogare se nel 2026 sia ancora necessario chiudere le feste con i fuochi d’artificio.
Basta la motivazione che «piacciono alla gente» per non abolirli?
Chi vive in campagna conosce bene gli effetti dei botti sugli animali. Cavalli, mucche, asini, cani e gatti vengono spaventati da esplosioni e bagliori improvvisi. I racconti di fughe, incidenti e situazioni di forte stress sono ormai numerosi. Non servono grandi studi: basta parlare con i proprietari di animali per capire che il problema esiste.
E allora perché continuare a spendere migliaia di euro per uno spettacolo che dura pochi minuti e lascia dietro di sé rumore, paura e disagi? Non esistono alternative? Spettacoli di luci, musica, danze, concerti o altre forme di intrattenimento potrebbero coinvolgere il pubblico senza provocare effetti così pesanti.
Se è vero che a molti i fuochi piacciono, è altrettanto vero che non piacciono a tutti. E agli animali, quasi certamente, non piacciono affatto.
C’è poi un’altra riflessione, più generale. Le cronache sono attraversate dalle immagini delle guerre: città bombardate, cieli illuminati da missili e droni, popolazioni costrette a vivere sotto il rumore delle esplosioni. Naturalmente i fuochi d’artificio non hanno nulla a che vedere con quelle tragedie. Eppure è difficile non avvertire una certa stonatura tra quei bagliori festosi e le immagini di distruzione che ogni giorno entrano nelle nostre case.
Una comunità che si interroga sulle proprie abitudini, provando a capire se ciò che si è sempre fatto sia ancora la scelta migliore, è una comunità evoluta.
Vittorio Barazzotto
- alternative, comunità evoluta, effetti dei botti sugli animali, feste di paese, fuochi d'artificio, guerre, stonatura

Due fatti, in questi giorni, dovrebbero farci riflettere molto più di quanto stiano facendo.
I quattro braccianti pakistani morti arsi vivi nel cosentino non sono una tragica fatalità, ma il lato più feroce di un sistema agricolo che, in molte zone del Paese, continua a reggersi sul lavoro nero e sulla disperazione di uomini senza difese.
Per anni, durante le lezioni, ripeto agli studenti che molta della frutta e della verdura che arriva sulle nostre tavole nasce non solo dal sudore, ma anche dal sangue di lavoratori sfruttati e trattati in modi che nel 2026 non dovrebbero più esistere in uno Stato che si definisce civile.
Non è un fenomeno confinato solo al Sud. Episodi gravissimi sono emersi anche nell’astigiano, nel vicentino, perfino nel biellese. Certo, qui la presenza delle istituzioni è diversa e il tessuto sociale ha ancora qualche anticorpo. Ma guai a pensare di esserne immuni.
L’altro fatto che colpisce profondamente è la vicenda della bambina di Bordighera. Una storia che lascia sgomenti. Possibile che in una città ricca, apparentemente protetta, nessuno abbia visto? Nessuno dei servizi sociali, del Comune, delle istituzioni, delle forze dell’ordine si sia accorto di nulla?
Sono due storie diversissime, ma unite da un filo comune: l’assenza. L’assenza dello Stato, della politica vera, della vigilanza collettiva.
Anche qui, nella nostra Biella che molti continuano a raccontare come un’isola felice, esistono povertà silenziose e fragilità che non vogliamo vedere. Eppure dovremmo capire una cosa elementare: senza i migranti oggi non avremmo le tavole imbandite, non avremmo raccolti, non avremmo interi settori economici in piedi.
Il problema è chi li sfrutta, che quasi sempre, non viene da lontano: fa impresa, produce ricchezza e talvolta viene persino rispettato.
E allora teniamoci stretto questo nostro lembo di territorio, difendiamo la legalità e pretendiamo controlli e dignità del lavoro. Ma soprattutto recuperiamo coscienza critica. Perché il rischio più grande è l’assuefazione, che ci rende incapaci di indignarci.
Vittorio Barazzotto
- braccianti pakistani, controlli e dignità del lavoro, legalità, migranti