
Eccoci alle porte del Capodanno, scandito sempre dallo stesso ritmo: botti, petardi, fuochi d’artificio di ogni tipo e anche nel Biellese non ci si risparmia. Un’esplosione di rumore che viene ancora spacciata per festa, tradizione libertà.
Questo “spettacolo” ha un costo altissimo, umano, ambientale e sociale, che ogni anno fingiamo di non vedere.
I primi a pagare sono spesso coloro che quei botti li accendono. Non solo ragazzini, ma anche adulti, persino nonni artificieri che insegnano ai più piccoli come far partire petardi e razzi, come se fosse un gioco innocuo.
Oltre ai danni sulle persone, chi subisce maggiormente questa tradizione sono certamente gli animali. Nelle città i cani e i gatti vivono ore di autentico terrore: fuggono, si smarriscono, si feriscono. Anche nelle campagne, in pianura e in montagna, la fauna selvatica viene sconvolta: animali che scappano disorientati e rischio di incidenti e incendi. È una violenza silenziosa, perché non fa notizia, ma non per questo è meno reale.
Il giorno dopo, come se nulla fosse, restano le strade sporche, i residui esplosi, un ambiente ulteriormente danneggiato e un senso diffuso di degrado. E intanto le amministrazioni comunali si rifugiano in ordinanze spesso deboli, se non inutili. Non veri divieti, ma raccomandazioni destinate a essere disattese. Un atto formale “per dovere”, che sa più di resa che di governo del territorio.
Il tutto viene accettato in nome di una presunta libertà individuale, che però ignora completamente quella degli altri: il diritto alla sicurezza, alla quiete, alla salute. Una libertà che calpesta l’altrui, e che per questo smette di essere libertà.
C’è poi una contraddizione amara. Viviamo in un tempo segnato da guerre, bombardamenti, esplosioni reali che per milioni di persone significano morte e terrore. Eppure continuiamo a celebrare l’arrivo del nuovo anno riproducendo, per gioco, quegli stessi rumori infernali. Nemmeno questo ci fa riflettere.
Forse il vero augurio, quest’anno, è che questa notte passi in fretta. E che il 2026 possa finalmente essere l’anno in cui iniziamo a distinguere tra tradizione e ostinazione, tra divertimento e violenza, tra libertà e menefreghismo.
Buon 2026 a tutti. Ma possibilmente, in silenzio.
Vittorio Barazzotto